Dapsone? Parliamone

Dapsone? Parliamone

Il dapsone, proposto recentemente come una terapia per le forme persistenti di Borrelia burgdorferi (Horowitz R et al. 2016), in realtà non risulta più efficace della cefuroxima o della doxiciclina, secondo degli esperimenti in vitro del gruppo di Zhang (Feng J et al. 2017) (vedi tabella sotto). Quindi non esisterebbe un vantaggio nell’uso del dapsone al posto dei farmaci comunemente usati nella malattia di Lyme da alcuni decenni, ovvero doxiciclina e cefalosporine. Bisogna dire però che si sta parlando di studi in vitro.

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Come accennato sopra, Horowitz e colleghi hanno tuttavia riportato un beneficio in 100 pazienti cronici (post-treatment Lyme disease syndrome) trattati con dapsone associato a vari altri farmaci. Lo studio non è in doppio cieco e il trattamento non è lo stesso per ciascun paziente. Quindi è difficile trarre delle conclusioni sulla importanza del risultato. Inoltre il miglioramento sembra modesto: se consideriamo la fatica pre e post trattamento, ad esempio, si ha un miglioramento dell’11% nella scala adottata (vedi tabella sottostante). Sembrerebbe un effetto irrisorio, sovrapponibile forse ad un effetto placebo.

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Così, mentre le università di Stanford, John Hopkins, e Northeastern si affannano a cercare farmaci che possano superare il limite delle terapie attuali (vedi questo articolo ad esempio), Richard Horowitz propone come ultima frontiera delle cure anti-Borrelia un farmaco che non è più efficace di quelli in uso da alcuni decenni. E’ vero, Horowitz non ha dato fino ad ora nessun contributo significativo alla ricerca sulla malattia di Lyme, però lascia ai posteri una spassosa canzoncina su questo spietato male (vedi sotto). So che è la disperazione ad accecare le capacità di giudizio dei pazienti, che da tutto il mondo finiscono nello studio di Horowitz, e lo capisco. Quello che dispiace è che esista chi cerca di fare affari su questa disperazione.

ME/CFS su Nature.com

ME/CFS su Nature.com

Un articolo su Nature.com (Maxmen A. 2017) riporta alcuni dei risultati recenti della ricerca sulla ME/CFS. Si parla di Ronald Davis, e del suo rilevatore che permette di avere una rapida misura del metabolismo cellulare. In particolare si parla di un esperimento – eseguito con questo apparecchio – di cui non era pervenuta notizia fino ad oggi: le cellule bianche di sei pazienti ME/CFS, esposte al comune sale (NaCl presumo), non riescono a riprendersi altrettanto bene di quelle del gruppo di controllo.

“Mio figlio non è in grado di leggere, di ascoltare la musica, di parlare, di scrivere. Ma le sue analisi del sangue di routine sono normali” dice Ronald Davis a proposito del figlio Whitney, il cui cattivo stato di salute lo ha indotto a occuparsi di questa malattia. “Non si tratta di un esercizio accademico” – dice Davis – “mio figlio è in gravi condizioni.”

Viene riportato anche un commento di Ian Lipkin – epidemiologo alla Columbia University – che osserva come la ME/CFS sia reale, e sia un complesso gruppo di malattie. Quindi per Lipkin (a differenza della visione di Davis e di altri) siamo di fronte a un gruppo di malattie. Tutte sconosciute alla scienza attuale. Un nuovo continente da esplorare.

Si viene a sapere da questo articolo (l’autrice Amy Maxmen è bene informata, più di me a quanto pare) che Lipkin avrebbe già individuato una precisa alterazione della flora intestinale in 21 pazienti ME/CFS con comorbidità intestinale (un sottogruppo?). Gli effetti di questa alterazione sarebbero anche stati individuati e descritti. L’articolo è stato sottoposto per la pubblicazione sul giornale Microbiome.

Si parla anche dello studio di Avindra Nath che ha reclutato il primo paziente per una analisi di campioni di sangue, liquido spinale, saliva e feci. In questi campioni si esamineranno metaboliti, la risposta immunitaria, la flora batterica intestinale, e altri parametri.

Ron Davis, domande e risposte

Ron Davis, domande e risposte

Quella che segue è una sintesi di una video-intervista a Ron Davis, che trovate alla fine dell’articolo.

La molecola del siero che induce il malfunzionamento metabolico a livello cellulare nella ME/CFS è di grandi dimensioni, probabilmente una proteina. Questo è stato determinato grazie a una serie di filtraggi del siero dei pazienti, usato in esperimenti in vitro in cui è stato misurato l’effetto del siero su colture di cellule umane sane.

L’enzima mTOR sembra potenzialmente implicato nella malattia. Due pazienti tra quelli studiati da Davis presentano mutazioni del gene di mTOR che sono molto rare nella popolazione generale. Molti farmaci (come alcuni antibiotici) inibiscono questo enzima, e sono pertanto potenzialmente in grado di peggiorare o innescare la patologia.

Il piruvato in vitro corregge il difetto metabolico, ma non è possibile usarlo come farmaco, per una serie di motivi (ad esempio la rapida conversione in lattato) che vengono spiegati nel video.

Ron Davis difende l’ipotesi illustrata da Naviaux nello studio di agosto 2016, ovvero l’idea di un ipometabolismo espressione di un meccanismo evolutosi per proteggerci. Sostiene che questo meccanismo – che normalmente dovrebbe spegnersi dopo una infezione – persiste in modo patologico. Questa persistenza potrebbe verificarsi – secondo Ron Davis – quando il paziente non ha osservato il dovuto periodo di convalescenza dopo un episodio infettivo.

La cura potrebbe venire da farmaci già disponibili, da usare ad alta concentrazione per un periodo di tempo limitato, quanto basta per disattivare la risposta ipometabolica. Ron Davis suggerisce che il rituximab potrebbe essere efficace nei pazienti ME/CFS per motivi ben diversi da quelli per il quale il farmaco è comunemente usato. Ovvero il beneficio di questa sostanza potrebbe non derivare dalla sua capacità di eliminare la sottopopolazione linfocitaria B CD20+, ma da qualche altro tipo di attività sconosciuta. Non ritiene che una combinazione di nutrienti possa essere di qualche beneficio.

Questo video richiama nozioni e notizie riportate da Ron Davis in un precedente intervento – che si trova qui – e di cui riporto una sintesi.

Secondo Ron Davis il problema è nella glicolisi e ciò che lo causa è nel siero. Alla Stanford hanno sviluppato un piccolo apparecchio in grado di distinguere i pazienti dai controlli sani (2500 elettrodi, ciascuno dei quali effettua 100 misurazioni al secondo). Il risultato di queste misure fornisce una stima complessiva del metabolismo del campione di cellule che viene sottoposto all’indagine. Lo stesso dispositivo può essere usato per testare gli effetti dei farmaci. Il piruvato – se non ho frainteso la parola – sembra una delle sostanze potenzialemente in grado di bloccare il processo patologico, e riportare le cellule a un funzionamento normale, ma non sarebbe utilizzabile come terapia. Stesso discorso per l’ATP. Il gruppo di Stanford ipotizza che il blocco energetico sia al livello del piruvato kinasi, che è l’ultimo enzima della glicolisi, prima del piruvato deidrogenasi.

Il piruvato è venduto come integratore (piruvato di calcio) e ho testato su di me questa sostanza nell’estate del 2015, senza grande successo. Infatti all’epoca avevo trovato indizi di una interferenza immunitaria sulla glicolisi e pensavo che introdurre dall’esterno il prodotto finale della glicolisi, potesse aggirare il problema.