Babesiosi

Babesiosi

La babesiosi umana è causata da protozoi del genere Babesia che vivono negli eritrociti. In Europa la babesiosi è trasmessa principalmente da Ixodes ricinus, la stessa zecca che trasmette la malattia di Lyme. E’ teoricamente possibile la trasmissione attraverso trasfusioni. Secondo alcuni studi la contemporanea trasmissione di Babesia e Borrelia rende peggiore e più lungo il decorso della malattia di Lyme. I sintomi della babesioisi sono sintomi influenzali, mialgie, disturbi gastro-intestinali  (Stinco G. et Bergamo S. 2016). Le principali specie patogene in Europa sono Babesia divergens, B. venatorum, B. microti (ECDC). I test per Babesia possono essere eseguiti nei centri indicati qui di seguito.

  • Esame diretto presso il Policlinico San Matteo, Pavia. Si tratta dell’esame al microscopio dello “striscio” di sangue. Questo test permette la diagnosi nella fase acuta della infezione.
  • Ricerca del DNA presso l’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, Verona. Purtroppo questo esame è disponibile solo per la specie B. microti. Non è nota la cross-reattività per le altre specie europee, ma non è da escludere.
  • Sierologia presso l’Azienda Ospedaliera di Padova. La sierologia viene eseguita solo per la specie B. microti. Non è nota la cross-reattività per le altre specie europee, ma non è da escludere.
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Esami in Italia per ME/CFS, Lyme e POTS

Esami in Italia per ME/CFS, Lyme e POTS

In questa pagina troverete un elenco (in ordine alfabetico) di esami non comuni – eseguiti da ospedali pubblici – che sono di interesse per pazienti affetti da ME/CFS e Lyme e – più in generale – per chiunque stia seguendo un percorso di diagnosi differenziale per identificare la causa di sintomi quali fatica e deficit cognitivi. Per ogni esame è presente una breve descrizione, con riferimenti alla letteratura scientifica o ad articoli di questo blog. Questo elenco è stato costruito grazie al contributo di Margarita Bitetti, Claudia Mariotti, Marina Franco e altri pazienti. Chiunque volesse suggerirmi una aggiunta, mi scriva pure. Cerco esami eseguiti da ospedali pubblici italiani o europei. Non includo esami eseguiti da laboratori privati. Si nota anche che alcuni di questi esami potrebbero non essere più disponibili o essere stati cambiati dal momento in cui ho ricevuto l’informazione.


Babesia. La babesiosi umana è causata da protozoi del genere Babesia che vivono negli eritrociti. In Europa la babesiosi è trasmessa principalmente da Ixodes ricinus, la stessa zecca che trasmette la malattia di Lyme. E’ teoricamente possibile la trasmissione attraverso trasfusioni. Secondo alcuni studi la contemporanea trasmissione di Babesia e Borrelia rende peggiore e più lungo il decorso della malattia di Lyme. I sintomi della babesioisi sono sintomi influenzali, mialgie, disturbi gastro-intestinali  (Stinco G. et Bergamo S. 2016). Le principali specie patogene in Europa sono Babesia divergens, B. venatorum, B. microti (ECDC). I test per Babesia possono essere eseguiti nei centri indicati qui di seguito.

  • Esame diretto presso il Policlinico San Matteo, Pavia. Si tratta dell’esame al microscopio dello “striscio” di sangue. Questo test permette la diagnosi nella fase acuta della infezione.
  • Ricerca del DNA presso l’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, Verona. Purtroppo questo esame è disponibile solo per la specie B. microti. Non è nota la cross-reattività per le altre specie europee, ma non è da escludere.
  • Sierologia presso l’Azienda Ospedaliera di Padova. La sierologia viene eseguita solo per la specie B. microti. Non è nota la cross-reattività per le altre specie europee, ma non è da escludere.

Borrelia burgdorferi. Si tratta dell’agente eziologico della Malattia di Lyme. Molti articoli del blog sono dedicati a questa patologia e l’elenco completo – dal più recente al più vecchio – può essere trovato qui. Ogni grande ospedale dovrebbe avere a disposizione un test sierologico per la malattia di Lyme, ovvero un test ELISA di primo livello e un western blot di conferma. Nel seguito segnalo alcuni test particolari.

  • Western blot presso l’Ospedale di Bolzano. Questo esame rileva IgM e IgG contro le seguenti proteine di superficie: P100, VlsE, p58, p41, p39, OspA, OspC (B. burgdorferi ss, B. afzelii, B. garinii, B. spielmanii), p18 (B. burgdorferi ss, B. afzelii, B. garinii, B. spielmanii, B. bavarensis).
  • Western blot presso l’Ospedale San Daniele del Friuli. Questo esame rileva le IgM contro: VlsE, p41, BmpA (p39), OspC (B. burgdorferi ss, B. afzelii, B. garinii). Rileva le IgG contro: VlsE (B. burgdorferi ss, B. afzelii, B. garinii), lipidi (B. burgdorferi ss, B. afzelii), p83, p41, BmpA (p39) OspC, p58, p21, p20, p19, p18.
  • Ricerca del DNA presso l’Ospedale Maggiore di Trieste. Questo esame rileva la presenza di un frammento del gene che codifica per la flagellina di Borrelia (Pauluzzi P, Bonin S et al. 2004). Una positività al test indica con buona probabilità una infezione attiva.
  • LTT Elispot presso la Struttura Complessa Microbiologia e Virologia dell’Ospedale Le Molinette di Torino. I test LTT in generale, e il test Elispot in particolare, misurano l’attività delle cellule T del paziente (ricavate da un prelievo di sangue) contro particolari agenti patogeni. Una introduzione agli studi su questo tipo di esame nella malattia di Lyme si trova in questo articolo del blog. Questi test non sono raccomandati dalle linee guida europee sulla malattia di Lyme e sono da ritenersi sperimentali. In particolare, esiste un rischio di falsi positivi e falsi negativi. Il rischio di falsi positivi sembra ancora più elevato in base alle recenti ricerche sul funzionamento delle cellule T, secondo le quali una cellula T generata contro un patogeno X può in realtà riconoscere numerosi altri patogeni. Le cellule T sarebbero cioè intrinsecamente plurivalenti e non specifiche, per ovviare alla scarsa varietà di cellule T che un essere umano può generare (Birnbaum ME et al. 2014). Su questo stesso argomento segnalo anche un altro articolo del blog.

Coxiella burnetii. Questo batterio intracellulare è l’agente eziologico delle Febbre Q, una zoonosi comune in Europa. Si trasmette prevalentemente per inalazione di particelle contaminate, attraverso consumo di latte non pastorizzato (Ledina D. et al. 2007). La febbre Q è diffusa anche in Italia, da Nord a Sud (Fenga C et al. 2015). Si ipotizza anche una trasmissione attraverso morso di Ixodes ricinus – lo stesso vettore della malattia di Lyme – ma ad oggi questa via di tasmissione non è stata dimostrata (Eldin C et al. 2017). Uno studio ha rilevato la presenza di C. burnetii nel 7% degli esemplari di Ixodes ricinus raccolti in un parco di Roma (Mancini F et al. 2014), si veda in proposito questo articolo del blog. In alcuni casi di Febbre Q, la malattia non si risolve, dando luogo a una condizione cronica denominata post-Q-fever fatigue syndrome (post-QFS), simile alla ME/CFS e ad alcuni casi di “Lyme cronica” (Ayers JG et al. 1998), (Hickie I et al. 2006), (Ledina D. et al. 2007). La cosa interessante è che degli studi indicano che alcuni di questi pazienti presentano una infezione persistente e possono trarre giovamento da cure specifiche per C. burnetii  (Arashima, Y et al. 2004), (Ledina D. et al. 2007). Lo stesso José Montoya (Stanford University) ha riportato casi aneddotici di miglioramento, grazie all’uso della doxiciclina (video, da 35:40). La questione resta comunque controversa.

  • Sierologia e ricerca del DNA per Coxiella burnetii presso l’Ospedale Lazzaro Spallanzani di Roma. Questi esami misurano rispettivamente la presenza di IgM/IgG e la presenza di DNA del batterio nel sangue periferico.

Citochine. Un recente studio della Columbia University ha misurato 51 citochine in 298 pazienti ME/CFS e in 348 controlli sani (sangue periferico), riportando un incremento significative di alcune di esse nei pazienti in cui la malattia durava da meno di 3 anni, e una riduzione significativa in tutti gli altri (Hornig M et al. 2015). Inoltre diversi studi hanno riportato un aumento del trasforming growth facor beta totale (TGF-β) (Bennett AL et al. 1997), (Peterson D et al. 1994), (Chao CC et al. 1991), (Montoya J et al. 2017) e del TGF-β 1 nei pazienti ME/CFS (White PD et al. 2004), (Kennedy G et al. 2004). Per approfondimenti rimando a questo articolo del blog.

  • Pannello delle citochine presso l’Azienda Ospedaliera di Padova. E’ possibile misurare il livello ematico delle seguenti citochine: interferone alfa, interleuchina 1 alfa, interleuchina 1 beta, interleuchina 2, interleuchina 4, interleuchina 6, interleuchina 8, TNF alfa, TGF-β 1.

Citotossicità spontanea delle Natural Killer. Una ridotta capacità delle NK di uccidere cellule invase da virus è stata dimostrata in più studi sulla ME/CFS. In particolare, ben 16 studi hanno dimostrato una ridotta citotossicità delle NK quando le cellule K562 siano usate come bersaglio (IOM, 2015). Uno dei primi articoli è quello di Caligiuri e colleghi del 1987  (Caligiuri et al., 1987). In seguito si poté chiarire che questa citotossicità difettosa risulta legata a una ridotta concentrazione intracellulare (nelle NK) di perforina (Maher et al., 2005), l’enzima che tanto le NK che le T CD8+ usano per indurre l’apopotosi delle cellule infette. Recentemente la disfunzione delle NK nella ME/CFS è stata collegata a un malfunzionamento dei canali di calcio transient receptor potential melastatin 3 (TRPM3) (Nguyen T et al. 2016). Si osserva comunque che la riduzione della citotossicità delle NK non è specifica della ME/CFS e si riscontra anche in altre patologie, come il lupus eritematoso sistemico e la sindrome di Sjögren (Struyf NG et al. 1990).

  • Misura della citotossicità spontanea delle NK presso il Policlinico Umberto I di Roma, UOC di Immunologia e Immunopatologia. In questo esame si msura la capacità delle NK (estratte dal sangue periferico del paziente) di uccidere cellule K562, in corrispondenza di 4 diluizioni diverse.

Ergospirometria in due giorni. Questo test si avvale dell’uso di una bicicletta fissa o di un tapis roulant su cui il paziente si esercita, mentre vengono misurati l’ossigeno e l’anidride carbonica che scambia con l’esterno (attraverso la bocca) e i parametri cardiaci. Lo scopo del test è principalmente quello di avere una misura della efficienza del sistema di produzione della energia del soggetto. Nei pazienti ME/CFS è stato possibile dimostrare che sebbene questo test dia risultati comparabili a quelli di persone sane sedentarie, se si ripete il test a distanza di 24 ore, si riscontra un difetto nel sistema aerobico di produzione della energia. In particolare, i pazienti usano meno ossigeno del normale per unità di potenza erogata (Vanness JM et al. 2007), (Vermullen RCW et al. 2010), (Snell CR et al. 2013). In alcuni casi il test viene anormale fin dal primo giorno. Questo test ha valore legale.

  • Ergospirometria in due giorni presso il Complesso Integrato Columbus, Policlinico Gemelli di Roma. Il test viene effettuato in due giorni consecutivi. Contattare il dr. Pistelli per la prenotazione.

Neuropatia delle piccole fibre. Le piccole fibre sono tratti del sistema nervoso periferico per lo più sprovvisti di guaina mielinica (fibre C). Innervano la pelle (fibre somatiche coinvolte nella percezione del dolore), gli organi, e sono anche coinvolte nella funzione del sistema nervoso autonomo (fibre autonomiche) (Devigili G et al. 2008).

Le piccole fibre del sistema nervoso autonomo sono tratti post-ganglionici tanto del ramo simpatico che del ramo parasimpatico. Le prime si dividono in piccole fibre simpatiche sudmotorie (coinvolte nella sudorazione e sono a trasmissione colinergica) e in piccole fibre simpatiche cardiache (regolano la frequenza e la pressione cardiaca e sono a trasmissione adrenergica); le seconde regolano la frequenza cardiaca e sono a trasmissione colinergica (Goodman BP 2007).

Il danno alle piccole fibre simpatiche sudomotorie si rileva con il quantitative sudomotor axon reflex test (QSART) che misura la fuoriuscita di sudore nei seguenti siti: avambraccio, fascia laterale prossimale della gamba, parte interna della gamba, piede (Goodman BP 2007).  Questo test è anormale in pazienti ME/CFS+POTS e in pazienti POTS non CFS (Okamoto LE et al. 2012).

Un altro modo di rilevare un danno alle piccole fibre è quello di misurare la loro densità nella pelle. A questo scopo si esegue una biopsia cutanea della profondità di 3 mm in due sedi: 10 cm sopra il malleolo e 10 cm sopra il ginocchio, e si esaminano le piccole fibre al microscopio. Si ottiene in questo modo la densità delle fibre nervose intra-epidermiche (IENFD): un valore <7/mm indica un danno (Goodman BP 2007). Non sono sicuro, ma credo che questo test misuri sopratutto danni alle fibre somatiche.

Un danno alle piccole fibre si riscontra in svariate patologie, tra cui diabete, Sjogren, ipotiroidismo, malattia celiaca e altre (Devigili G et al. 2008). Nella POTS si ha una prevalenza di neuropatia delle piccole fibre significativamente magguiore che nelle persone sane. In uno studio del 2013 il 37% dei pazienti POTS (9/24) presentava una biopsia cutanea anormale, contro lo 0% dei controlli sani (Gibbons CH et al. 2013).  Non esistono studi sulla prevalenza della neuropatia delle piccole fibre nella ME/CFS, ma la sovrapponibilità tra ME/CFS e POTS (Okamoto LE et al. 2012) nonché casi aneddotici (R) suggeriscono che un sottogruppo di pazienti ME/CFS possa essere portatore di questa malattia. Nella ME/CFS e nella POTS si può pensare che la neuropatia delle piccole fibre sia – almeno in parte e almeno in alcuni casi – la causa dei sintomi, più che una mera conseguenza (come succede invece nel diabete).

  • La biopsia cutanea per la misura della densità delle piccole fibre si esegue presso la UOC III Clinica Neurologica IRCCS, Istituto Besta di Milano (dr. Giuseppe Lauria Pinter).
  • La biopsia cutanea e i test di sudorazione vengono effettuati presso la Fondazione Salvatore Maugeri a Telese Terme (BN).

Risonanza magnetica spettroscopica. Un aumento del lattato nei ventricoli laterali nel cervello dei pazienti ME/CFS è stato riportato in almeno 2 studi (Mathew SJ et al. 2009), (Murrough JW et al. 2010). Il lattato è, insieme al piruvato, il prodotto finale della glicolisi (vedi questo post) e un suo aumento può indicare un difetto del sistema aerobico (mitocondri). E’ possibile misurare il lattato, e molte altre molecole, leggendo e interpretando il campo magnetico indotto sul tessuto cerebrale da un campo magnetico esterno. L’apparecchio che svolge questa funzione è la risonanza magnetica spettroscopica (una introduzione a questa tecnologia si trova qui oppure in questo mio articolo).

  • RM encefalo con spettroscopia presso la Neuroradiologia del Policlinico Umberto I di Roma. In genere la RM spettroscopica del cervello analizza un volume (64 cm^3) della materia bianca al di sopra dei ventricoli laterali. Se si viene sottoposti a questo esame si tenga presente che l’anomalia del lattato nella ME/CFS  NON è stata riscontrata in quella sede anatomica, ma nel fluido contenuto nei ventricoli laterali. Quindi è necessario richiedere esplicitamente che vengano esaminati i ventricoli laterali.

Tilt table test (TTT). La intolleranza ortostatica fa parte dei criteri diagnostici della ME/CFS (IOM, 2015). Esistono due tipi principali di intolleranza orostatica: la ipotensione ortostatica (OH) e la tachicardia posturale (POTS). Entrambe queste patologie possono essere diagnosticate monitorando polso e pressione mentre il paziente è su una tavola basculante che da posizione orizzontale viene portata a una posizione verticale (tilt table test, TTT) (Low PA et al. 2009). Esiste in paricolare una sovrapposizione fra POTS e ME/CFS, infatti la prevalenza della POTS nella ME/CFS varia dal 19 al 70% (a seconda degli studi) mentre la prevalenza della ME/CFS nella POTS varia dal 17 al 23% (Okamoto LE et al. 2012). I pazienti ME/CFS con POTS presentano varie anomalie, tra cui un aumento della noradrenalina in ortostatismo. La noradrenalina e la adrenalina vengono in genere misurate durante il TTT, sia nella posizione di partenza (clinostatismo) che nella posizione finale (ortostatismo).


 

 

 

 

Esame del liquor nella malattia di Lyme

Esame del liquor nella malattia di Lyme

Sierologia su liquido cerebrospinale

Nei pazienti in cui si sospetti la possibilità che il batterio abbia raggiunto il sistema nervoso centrale, si può ricorrere all’analisi del liquido cerebrospinale (CSF). Infatti, la rilevazione di una produzione intratecale di anticorpi specifici contro B. burgdorferi sl dimostra un coinvolgimento, presente o passato, del sistema nervoso centrale e può fornire la base per la diagnosi di neuroborreliosi (1). La produzione intratecale può essere dimostrata prelevando contemporaneamente il siero e il liquido cerebrospinale e diluendoli finché non presentino la medesima concentrazione di IgG. Quindi si procede alla ricerca di anticorpi specifici per B. burgdorferi sl in entrambi i campioni e infine si calcola il rapporto tra i valori ottenuti su liquor e quelli ottenuti su siero, ricavando l’indice CSF/siero. Se questo indice è >1.3, allora la produzione intratecale è dimostrata (2). Questo tipo di analisi può essere discriminante in alcune circostanze, infatti sono stati descritti casi di Lyme in cui si ha produzione intratecale di anticorpi, in pazienti sieronegativi (3). La rilevazione di IgG intratecali ha una sensibilità dall’80 al 100% nella neuroborreliosi. Nei bambini con neuroborreliosi precoce, la produzione intratecale di IgM specifiche per B. burgdorferi sl ha anch’essa una elevata specificità (4). La produzione di anticorpi intratecali sembra associata con maggiore frequenza alla infezione da B. garinii (5) ed è infatti un riscontro raro negli Stati Uniti. Una falsa positività nella produzione intratecale delle IgM è stata riportata nel caso di meningite da Epstein-Barr virus (6).

Parametri infiammatori del liquido cerebrospinale

Nella neuroborreliosi europea si riscontra tipicamente una elevata conta leucocitaria nel liquido cerebrospinale, dell’ordine di 10-1000 leucociti/ml. L’elevazione dei leucociti è dovuta principalmente a un aumento di linfociti in generale e di cellule B del plasma, in particolare (6). Nella neuroborreliosi si riscontra altresì un aumento delle proteine nel liquido cerebrospinale e la presenza di bande oligoclonali (6), dove entrambi i parametri sono marcatori di infiammazione del sistema nervoso centrale. La presenza di bande oligoclonali nel liquido cerebrospinale indica la produzione intratecale di immunoglobuline della classe IgG, che non sono presenti nel siero. Le bande oligoclonali non sono specifiche della neuroborreliosi di Lyme, essendo presenti anche in altre patologie neuroimmuni. Si consideri infatti che il 90% di pazienti affetti da sclerosi multipla è positiva al test delle bande oligoclonali (7).

Riferimenti

  1. Wilske, B, Fingerle, V e Schulte-Spechtel, U. Microbiological and serological diagnosis of Lyme borreliosis. FEMS Immunol Med Microbiol. Feb 2007, Vol. 49, 1, p. 13-21.
  2. Wilske, B, et al. Intrathecal production of specific antibodies against Borrelia burgdorferi in patients with lymphocytic meningoradiculitis (Bannwarth’s syndrome). J Infect Dis. Feb 1986, Vol. 153, 2.
  3. Wilske, B, Zoller, L e Brade, V. MIQ 12 Lyme-borreliose. [aut. libro] H Mauch e R Luticken. Qualitätsstandards in der mikrobiologisch-infektiologischen Diagnostik. Verlag : Munich: Urban&Fischer, 2000.
  4. Hansen, K e Lebech, AM. Lyme neuroborreliosis: a new sensitive diagnostic assay for intrathecal synthesis of Borrelia burgdorferi–specific immunoglobulin G, A, and M. Ann Neurol. 1991, Vol. 30, 2.
  5. Ruzić-Sabljić, E, et al. Analysis of Borrelia burgdorferi sensu lato isolated from cerebrospinal fluid. APMIS. 2001, Vol. 109, 10.
  6. Mygland, A, et al. EFNS guidelines on the diagnosis and management of European Lyme neuroborreliosis. European Journal of Neurology. 2010, Vol. 17, p. 8,16.
  7. Johns, Paul. Clinical Neuroscience. s.l. : Elsevier, 2014.

 

Storia della malattia di Lyme

Storia della malattia di Lyme

Storia negli USA

Nel 1981 Willy Burgdorfer, uno studioso di entomologia medica che lavorava presso i Rocky Mountain Laboratories (Montana), rinvenne una nuova specie di spirocheta nell’intestino di zecche della specie Ixodes scapularis, raccolte a Long Island (New York) (Trevisan G in R). La stessa specie di aracnide era stata oggetto, pochi anni prima, dell’interesse da parte di un gruppo di ricercatori impegnati nello studio di una forma epidemica di artrite in tre piccoli comuni sulla riva est del fiume Connecticut, immediatamente a nord di Long Island (vedi Figura 1).

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Figura 1. Il villaggio di Lyme si trova sulla riva est del fiume Connecticut, immediatamente a nord di Long Island, il luogo in cui furono raccolti gli esemplari di Ixodes scapularis nei cui intestini Willy Burgdorfer rinvenne i primi esemplari conosciuti di B. burgdorferi.

L’artrite colpiva prevalentemente i bambini, con un picco di incidenza in estate e nel primo autunno, era accompagnata da sintomi quali fatica, mialgia, febbre e mal di testa ed era spesso preceduta da una caratteristica lesione cutanea e dal morso di una zecca. In un articolo del 1977, Allan Steere e colleghi descrissero la patologia e la chiamarono “artrite di Lyme”, dal nome di uno dei tre paesini coinvolti nella epidemia (Steere AC et al. 1977), (Steere AC et al. 1977). L’insolita concentrazione di Ixodes scapularis nella cittadina di Lyme e dintorni, nonché il rinvenimento di un esemplare di questa specie su uno dei pazienti, indussero i ricercatori a ritenere che I. scapularis potesse in qualche modo causare la malattia, senza che fossero però in grado di dimostrare questa ipotesi (Steere AC et al. 1978), (Wallis RC et al. 1978). Quando Burgdorfer riconobbe una nuova spirocheta all’interno di I. scapularis, il sospetto che questo battere potesse essere l’agente eziologico della malattia di Lyme dové sorgere naturale. E fui lui a dimostrare la fondatezza di questa ipotesi, rilevando che il siero di un paziente conteneva anticorpi contro il batterio (Burgdorfer W et al. 1982). Il batterio (vedi Figura 2 e Figura 4) prese il nome di Borrelia burgdorferi, in suo onore.

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Figura 2. Esemplare tipo di Borrelia burgdorferi, da (Goldstein SF et al. 1996) con modifiche (disegno di Paolo Maccallini).

In Europa

Una storia analoga era stata già scritta in Europa a partire dal 1909, quando Arvid Afzelius dimostrò che il morso della zecca Ixodes ricinus (vedi Figura 3) poteva dar luogo a una lesione cutanea caratteristica, che chiamò Erithema chronicum mygrans (ECM). L’ECM era già stato associato a una condizione degenerativa della pelle, l’acrodermatitis chronica atrophicans (ACA) da Karl Herxeimer, fra gli altri, nel 1902. In seguito l’eritema migrante da morso da zecca fu descritto come prodromo di manifestazioni neurologiche (meningite linfocitaria e meningo-radiculo-neurite) da Charles Garin nel 1920 e da Alfred Bennwarth nel 1940, tra gli altri (Trevisan G in R).

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Figura 3. Vista dorsale di femmina adulta di Ixodes ricinus, da (Gilbert L et al. 2014) con modifiche (disegno di Paolo Maccallini).

In Italia

In Italia i primi casi di malattia di Lyme dimostrata da una sierologia positiva per B. burgdorferi furono descritti da Franco Crovato (1985) e da Giusto Trevisan (1986) e provenivano dalla costa ligure e dal carso triestino (Trevisan G et al. 1987). In particolare, il primo caso in assoluto fu descritto in Liguria da F. Crovato nel 1985. Si trattava di una donna di mezza età, che lavorava come contadina nei dintorni di Genova. Il soggetto si presentò dal medico nel luglio del 1983, con due lesioni cutanee – lisce e senza bordi – caratterizzate da una macchia centrale rossa, circondata da un anello dello stesso colore (Erythema Chronicum Migrans). Alcuni giorni dopo, la donna cominciò a soffrire di malessere, febbre, rigidità nucale e dolore in corrispondenza delle lesioni cutanee. Un ciclo di tetracicline fu quindi somministrato dal medico di base, il quale tuttavia non riconobbe il tipo di infezione. In agosto le macchie scomparvero e si manifestarono dolori articolari in corrispondenza del bacino e delle ginocchia. A settembre furono rilevati nel sangue della donna gli anticorpi IgG contro Borrelia burgdorferi sl (Crovato F et al. 1985). Sempre a Trieste si riuscì a isolare il primo esemplare italiano di B. burgdorferi sl da Ixodes ricinus (1987) (Cinco M et al. 1989) e il primo esemplare dalla cute di una persona affetta (1988), ad opera di Marina Cinco e Giusto Trevisan (Cinco M et al. 1992). Nel 1999 gli stessi autori isolarono a Trieste la prima Borrelia afzelii da un paziente con acrodermatite cronica atrofica (Trevisan G in R). Nel 2004 il gruppo di Trieste potè dimostrare che anche nei pazienti con eritema migrante (Lyme precoce) il materiale genetico di B. burgdorferi è presente tanto nel sangue periferico che nelle urine, suggerendo che il batterio è in grado di disseminarsi nell’ospite già durante le prime settimane dal morso (Pauluzzi P. et al. 2004).

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Figura 4. Principali caratteristiche anatomiche del Phylum delle Spirochaetes. La membrana esterna avvolge i flagelli periplasmatici, a cui si deve la grande mobilità di questi batteri, sia nei fluidi che nei tessuti solidi. I flagelli si avvolgono a loro volta intorno allo strato peptidoglicano, una struttura a cui compete la funzione di sostegno meccanico della parete cellulare. Sotto di esso si trova la membrana interna, che avvolge il citoplasma. Tra la membrana esterna e la membrana interna si trova lo spazio periplasmatico. Tutto ciò che è avvolto dallo strato peptidoglicano è detto cilindro protoplasmatico. Da (Russel J, Medical Microbiology, 1996) con modifiche (disegno di Paolo Maccallini).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bartonellosi

Bartonellosi

Introduzione

Una decina delle 21 specie di batteri appartenenti al genere Bartonella sono potenzialmente in grado di generare infezioni sintomatiche negli esseri umani, con manifestazioni che possono avere gravità variabile: da malattie che si risolvono spontaneamente a condizioni che mettono a repentaglio la vita del paziente. Anche la durata può variare, da infezioni acute di qualche giorno a infezioni croniche (Mogollon-Pasapera E et al. 2009).

Malattia da graffio del gatto e altre manifestazioni

La più nota di queste patologie è forse la “malattia da graffio del gatto” (cat-scratch diesease) dovuta a Bartonella henselae e trasmessa agli uomini dai gatti, attraverso morsi o graffi. La trasmissione da gatto a gatto avviene attraverso le pulci (Ctenocephalides felis) e il 50% dei gatti domestici è portatore sano di questo patogeno (Massei F et al. 2005). In genere la malattia da graffio del gatto si limita ad avere una manifestazione locale e si risolve da sola; in altri casi può avere manifestazioni sistemiche quali febbre, mal di testa, fatica, e perdita di appetito. Il trattamento – se richiesto – può andare da 5 giorni di azitromicina per le forme lievi, a una combinazione di doxiciclina (o eritromicina) e rifampicina per 1-2 mesi, per le forme neurologiche (Klotz SA et al. 2011). Una rassegna delle principali malattie umane associate a Bartonella, delle vie di trasmissione, e delle terapie antibiotiche raccomandate si trova in Tabella 1 (Mogollon-Pasapera E et al. 2009).  Come si vede, in funzione della specie di Bartonella coinvolta, le manifestazioni cliniche possono comprendere retiniti, endocarditi, angiomatosi (proliferazione vascolare), la malattia di Carrion (febbre, anemia, ittero), adenopatia, e la febbre quintana (trench fever, febbre alta con mialgie, mal di testa, fatica).

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Tabella 1. Malattie umane associate a varie specie di Bartonella, terapie e vie di trasmissione.

Bartonellosi o borreliosi?

Un recente studio francese ha delineto la possibilità che una malattia cronica caratterizzata da fatica e mialgia, con o senza mal di testa, sia dovuta a una infezione da Bartonella (soprattutto da B. henselae) e sia trasmessa da zecche (Vayssier-Taussat M et al. 2016). Lo studio ha considerato 66 persone che avevano riportato la comparsa di sintomi cronici a seguito di un morso di zecca; i pazienti erano accomunati dal fatto di essere sieronegativi per Borrelia burgdorferi. Il loro sangue è stato sottoposto a coltura per 45 giorni su terreno arricchito da sangue di pecora. Sei dei 66 campioni hanno visto la formazione di colonie batteriche ascrivibili al genere Bartonella: in tre casi si è potuto identificare materiale genetico di B. henselae, negli altri 3 di altre tre specie di Bartonella (Tabella 2). Lo stesso test condotto sul sangue di 70 donatori sani è risultato negativo in ogni campione. Questo studio suggerisce (ma non dimostra) che sintomi aspecifici come fatica e mialgia, a seguito di morso di zecca, possano essere dovuti a una infezione da Bartonella (in particolare B. henselae) piuttosto che essere espressione della malattia di Lyme. Anche Richard Horowitz ha segnalato la possibilità che pazienti con manifestazioni atipiche della malattia di Lyme siano portatori di una infezione da Bartonella, da trattare con cure specifiche (tetraciclina, idrossiclorochina e quinolonico) (Horowitz R, 2014). La presenza di Bartonella henselae nello stomaco di Ixodes ricinus (il vettore della malattia di Lyme in Europa) è stata recentemente riportata in Francia, Portogallo e Germania (Dietrich F et al 2010), ma non in Italia (Mancini F et al. 2014).

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Tabella 2. I sei pazienti francesi positivi per Bartonella e sieronegativi per Borrelia, con sintomi cronici a seguito di morso di zecca.

In accordo con lo studio francese e le osservazioni di Horowitz, recentemente un articolo proveniente dall’Open Medicine Institute ha segnalato un caso di malattia di Lyme (eritema migrante) refrattario ai trattamenti, caratterizzato da fatica, mal di testa e difficoltà a mantenere l’equilibrio, in cui una coltura su sangue ha evidenziato la presenza di Bartonella henselae. Un trattamento con rifampicina e claritromicina per 5 mesi ha risolto la sintomatologia. Gli autori dello studio hanno sottolineato come la sierologia del paziente per Bartonella fosse negativa, e solo la coltura cellulare di 21 giorni eseguita dal laboratorio Galaxy Diagnostics sia stata in grado di rilevare la infezione da B. henselae (Kauffman DL et al. 2017).

Conclusione

La bartonellosi potrebbe aggiungersi alle infezioni trasmesse dal morso di zecca, sebbene non si abbia ancora la certezza di questo. La malattia si manifesterebbe con sintomi aspecifici quali fatica, mialgie, mal di testa. Non risponderebbe alle cure normalmente utilizzate per Borrelia burgdorferi e quindi potrebbe rendere conto di almeno alcuni dei casi di ‘Lyme cronica’, ovvero di quella condizione refrattaria ai trattamenti, verso cui evolve il 10-20% dei casi di malattia di Lyme.

Il cavallo marino e l’energia

Il cavallo marino e l’energia

Le misure metaboliche in vitro dello studio norvegese  in cui fu evidenziato un possibile blocco al livello del piruvato deidrogenasi nei pazienti ME/CFS, sono state effettuate con il dispositivo Seahorse XFe96 della Agilent. Questo apparecchio (grande come una stampante da tavolo) permette di misurare in tempo reale – in vitro – il metabolismo energetico di cellule prelevate da pazienti (ad esempio linfociti). Come è spiegato nel video che segue, il tutto si riduce a due misure:

  1. una misura del consumo di ossigeno, che fornisce una stima del funzionamento mitocondriale;
  2. una misura della concentrazione di protoni, che fornisce una stima del funzionamento della glicolisi.

Mi risulta che l’Università degli Studi di Firenze sia in possesso di questo apparecchio (vedi qui).

Il Seahorse è attualmente impiegato nello studio di Avindra Nath (NIH) su 40 pazienti con ME/CFS post-infettiva (PI-ME/CFS). Come gruppo di controllo per questa ricerca, oltre a 20 persone sane, sono state selezionate anche 20 persone che hanno avuto la Lyme e sono completamente guarite.

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Western blot per malattia di Lyme

Western blot per malattia di Lyme

Senza entrare nei dettagli, è utile sapere che l’immunoblot (o western blot) è una procedura che consente di determinare contemporaneamente la presenza, nel sangue analizzato, di anticorpi contro più antigeni del patogeno. Una rassegna di questi antigeni si trova qui. Gli antigeni sono disposti su un supporto, divisi in fasce trasversali (dette bande) contigue ma separate, mentre l’esecuzione del test non è dissimile da quella descritta per il test ELISA. In Figura 1 e in Figura 2 sono rappresentati i supporti (IgM e IgG, rispettivamente) per un western blot attualmente in commercio in Europa (Euroimmun).

IB IgM
Figura 1. Rappresentazione di un western blot europeo per IgM. Disegno di Paolo Maccallini.
IB IgG
Figura 2. Rappresentazione di un western blot europeo per IgG. Disegno di Paolo Maccallini.

Affinché un western blot (in IgM o in IgG) sia considerato positivo, non è necessario che tutte le bande lo siano, sono sufficienti solo alcune bande positive. Il numero e il tipo di bande positive affinché un western blot sia positivo è stato determinato con considerazioni statistiche in modo da garantire la massima specificità del test, determinando dei criteri validi per l’area europea. Tali criteri sono riportati in Tabella 1, dove sono posti a confronto con i criteri adottati negli Stati Uniti (CDC, 1995). Come si vede i criteri europei richiedono la positività a un minor numero di bande, essendo la risposta immunologica dei pazienti affetti da borrelia europea ristretta a un numero inferiore di proteine di superficie (Wilske B et al. 2007). In Tabella 2 e Tabella 3 sono riportate sensibilità e specificità per un western blot tedesco attualmente in uso, interpretato con criteri europei (Branda JA et al. 2013). Nella prima tabella le IgM e le IgG sono considerate separatamente, mentre nella seconda si considera un test positivo se positivo in almeno una delle due classi di anticorpi. Dalla Tabella 3 si può notare come, ad esempio, un western blot negativo sia un falso negativo nel 13% di casi neuroborreliosi, così come un test positivo sarà un falso positivo nel 9% di casi di neuroborreliosi o artrite di Lyme.

criteri IB
Tabella 1. Criteri per l’interpretazione del western blot in Europa e in USA. Tabella di Paolo Maccallini.
sensibilità specificità 1
Tabella 2. Sono riportati sensibilità e specificità per un western blot europeo. EM sta per eritema migrante, NB per neuroborreliosi, ACA per acrodermatite cronica atrofica. IgG e IgM sono considerate separatamente. Tabella di Paolo Maccallini.
sensibilità specificità 2
Tabella 3. Sono riportati sensibilità e specificità per un western blot europeo. EM sta per eritema migrante, NB per neuroborreliosi, ACA per acrodermatite cronica atrofica. IgG e IgM sono considerate insieme. Tabella di Paolo Maccallini.