OMF: Pubblicati i resoconti del Simposio Collettivo – Notiziario di agosto

OMF: Pubblicati i resoconti del Simposio Collettivo – Notiziario di agosto

Cari amici italiani.

Siamo molto grati ed entusiasti di poter condividere le notizie della Open Medicine Foundation (OMF) con la vostra associazione. Vi invitiamo a condividere queste informazioni con la vostra organizzazione e su Facebook o Twitter. Se desideri ricevere il testo e le immagini in altri formati (Word, PDF), mandami una richiesta a sara@omf.ngo. Questo messaggio è stato cortesemente tradotto da Paolo Maccallini.

Uniti nella speranza, Sara

Sito web:

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Nuovo marcatore per la ME/CFS

La combinazione di un livello alto di attivina B e normale di attivina A differenzia i pazienti ME/CFS dai controlli sani. Le attivine sono complessi proteici dimerici, formati cioè da due subunità accoppiate. Sono coinvolti in numerose funzioni, tra cui la regolazione del ciclo mestruale, della risposta immunitaria, del metabolismo etc. Non è chiaro quale sia il ruolo causale (ammesso che ci sia) tra un aumento di attivina B (e non di attivina A) e la ME/CFS. Tuttavia, se confermato, questo studio potrebbe fornire un marcatore economico e pratico.

La proteina nel siero di cui parla Ron Davis potrebbe essere la attivina B?

Gli autori suggeriscono che la follistatina potrebbe essere tentata come cura, in virtù della sua capacità di legare le attivine (tanto la A che la B), neutralizzandole (Lidbury BA et al. 2017).

 

ME/CFS su Nature.com

ME/CFS su Nature.com

Un articolo su Nature.com (Maxmen A. 2017) riporta alcuni dei risultati recenti della ricerca sulla ME/CFS. Si parla di Ronald Davis, e del suo rilevatore che permette di avere una rapida misura del metabolismo cellulare. In particolare si parla di un esperimento – eseguito con questo apparecchio – di cui non era pervenuta notizia fino ad oggi: le cellule bianche di sei pazienti ME/CFS, esposte al comune sale (NaCl presumo), non riescono a riprendersi altrettanto bene di quelle del gruppo di controllo.

“Mio figlio non è in grado di leggere, di ascoltare la musica, di parlare, di scrivere. Ma le sue analisi del sangue di routine sono normali” dice Ronald Davis a proposito del figlio Whitney, il cui cattivo stato di salute lo ha indotto a occuparsi di questa malattia. “Non si tratta di un esercizio accademico” – dice Davis – “mio figlio è in gravi condizioni.”

Viene riportato anche un commento di Ian Lipkin – epidemiologo alla Columbia University – che osserva come la ME/CFS sia reale, e sia un complesso gruppo di malattie. Quindi per Lipkin (a differenza della visione di Davis e di altri) siamo di fronte a un gruppo di malattie. Tutte sconosciute alla scienza attuale. Un nuovo continente da esplorare.

Si viene a sapere da questo articolo (l’autrice Amy Maxmen è bene informata, più di me a quanto pare) che Lipkin avrebbe già individuato una precisa alterazione della flora intestinale in 21 pazienti ME/CFS con comorbidità intestinale (un sottogruppo?). Gli effetti di questa alterazione sarebbero anche stati individuati e descritti. L’articolo è stato sottoposto per la pubblicazione sul giornale Microbiome.

Si parla anche dello studio di Avindra Nath che ha reclutato il primo paziente per una analisi di campioni di sangue, liquido spinale, saliva e feci. In questi campioni si esamineranno metaboliti, la risposta immunitaria, la flora batterica intestinale, e altri parametri.

Ron Davis, domande e risposte

Ron Davis, domande e risposte

Quella che segue è una sintesi di una video-intervista a Ron Davis, che trovate alla fine dell’articolo.

La molecola del siero che induce il malfunzionamento metabolico a livello cellulare nella ME/CFS è di grandi dimensioni, probabilmente una proteina. Questo è stato determinato grazie a una serie di filtraggi del siero dei pazienti, usato in esperimenti in vitro in cui è stato misurato l’effetto del siero su colture di cellule umane sane.

L’enzima mTOR sembra potenzialmente implicato nella malattia. Due pazienti tra quelli studiati da Davis presentano mutazioni del gene di mTOR che sono molto rare nella popolazione generale. Molti farmaci (come alcuni antibiotici) inibiscono questo enzima, e sono pertanto potenzialmente in grado di peggiorare o innescare la patologia.

Il piruvato in vitro corregge il difetto metabolico, ma non è possibile usarlo come farmaco, per una serie di motivi (ad esempio la rapida conversione in lattato) che vengono spiegati nel video.

Ron Davis difende l’ipotesi illustrata da Naviaux nello studio di agosto 2016, ovvero l’idea di un ipometabolismo espressione di un meccanismo evolutosi per proteggerci. Sostiene che questo meccanismo – che normalmente dovrebbe spegnersi dopo una infezione – persiste in modo patologico. Questa persistenza potrebbe verificarsi – secondo Ron Davis – quando il paziente non ha osservato il dovuto periodo di convalescenza dopo un episodio infettivo.

La cura potrebbe venire da farmaci già disponibili, da usare ad alta concentrazione per un periodo di tempo limitato, quanto basta per disattivare la risposta ipometabolica. Ron Davis suggerisce che il rituximab potrebbe essere efficace nei pazienti ME/CFS per motivi ben diversi da quelli per il quale il farmaco è comunemente usato. Ovvero il beneficio di questa sostanza potrebbe non derivare dalla sua capacità di eliminare la sottopopolazione linfocitaria B CD20+, ma da qualche altro tipo di attività sconosciuta. Non ritiene che una combinazione di nutrienti possa essere di qualche beneficio.

Questo video richiama nozioni e notizie riportate da Ron Davis in un precedente intervento – che si trova qui – e di cui riporto una sintesi.

Secondo Ron Davis il problema è nella glicolisi e ciò che lo causa è nel siero. Alla Stanford hanno sviluppato un piccolo apparecchio in grado di distinguere i pazienti dai controlli sani (2500 elettrodi, ciascuno dei quali effettua 100 misurazioni al secondo). Il risultato di queste misure fornisce una stima complessiva del metabolismo del campione di cellule che viene sottoposto all’indagine. Lo stesso dispositivo può essere usato per testare gli effetti dei farmaci. Il piruvato – se non ho frainteso la parola – sembra una delle sostanze potenzialemente in grado di bloccare il processo patologico, e riportare le cellule a un funzionamento normale, ma non sarebbe utilizzabile come terapia. Stesso discorso per l’ATP. Il gruppo di Stanford ipotizza che il blocco energetico sia al livello del piruvato kinasi, che è l’ultimo enzima della glicolisi, prima del piruvato deidrogenasi.

Il piruvato è venduto come integratore (piruvato di calcio) e ho testato su di me questa sostanza nell’estate del 2015, senza grande successo. Infatti all’epoca avevo trovato indizi di una interferenza immunitaria sulla glicolisi e pensavo che introdurre dall’esterno il prodotto finale della glicolisi, potesse aggirare il problema.

Mitocondri norvegesi su Medscape

Un articolo su Medscape (un sito di informazione medica per professionisti del settore) commenta l’ultimo articolo di Fluge e Mella (quello dei ‘mitocondri norvegesi 1 e 2‘). E’ stato consultato anche Antony Komaroff che ha evidenziato due punti deboli dello studio. Da un lato il fatto che la funzione del piruvato deidrogensai non è stata misurata direttamente: infatti si è dedotto indirettamente il suo ipofunzionamento dal profilo degli amminoacidi e dalla sovra espressione di alcune proteine che servono a inibire il piruvato deidrogenasi stesso. Altro punto debole – secondo Komaroff – consiste nel fatto che non è possibile escludere che le alterazioni trovate siano espressione di decondizionamento (mancanza di esercizio).

I ricercatori norvegesi fanno tuttavia notare che le alterazioni metaboliche che ci si aspetterebbe in persone decondizionate (descritte da studi precedenti) non sono compatibili con quelle da loro riscontrate nei pazienti ME/CFS. Inoltre suggeriscono che queste anomalie siano indotte dal sistema immunitario. Probabilmente da un autoanticorpo, almeno in una frazione dei pazienti. Cioè si tratterebbe di una nuova forma di malattia autoimmune.

L’immunometabolica (o metaboloimmunologia?) è una disciplina appena nata – nel panorama medico – però sembra ricca di promesse, specialmente nella ME/CFS. E Fluge e Mella sembrano un po’ i Watson e Crick di questa nuova scienza, anche se un più attempati di quanto non fossero i due genetisti all’epoca della loro scoperta più famosa.

TV norvegese: Fluge e il paziente confinato in casa da 14 anni

Un nuovo servizio della televisione norvegese sul lavoro di Fluge e Mella, che ho discusso nel mio blog (vedi qui) e su cui tornerò ancora. Nella prima parte si parla di un paziente (Bjørnar) che sembra un caso simile a quello di Whitney Dafoe (il ‘paziente zero’, di cui ho parlato qui). Si tratta di un uomo di 40 anni che vive nella sua camera da quando ne aveva 26. In particolare gli ultimi 11 anni sono stati di totale isolamento. Bjørnar era un giornalista televisivo, prima di ammalarsi.

Nella seconda parte del video, una intervista a Fluge, uno degli autori dello studio sul piruvato deidrogenasi. Fluge parla anche dell’ultimo studio sull’uso del rituximab nella ME/CFS: lo studio è in corso in 5 diversi centri in Norvegia e i dati saranno disponibili ad ottobre. Tuttavia già è stato osservato che diversi pazienti sono migliorati. Ciò nonostante – essendo lo studio in doppio cieco – non è possibile sapere se coloro che sono migliorati hanno ricevuto il placebo oppure il farmaco.

Video in norvegese, con sottotitoli in inglese.

Pubblicato lo studio metabolomico di Fluge e Mella

Mi riservo di leggerlo con attenzione, ma il gruppo norvegese conferma in questo studio il fenomeno del catabolismo degli amminoacidi nella ME/CFS già descritto da Armstrong in uno studio australiano del 2015. L’ipotesi dei norvegesi è quella di un blocco a livello dell’enzima piruvato deidrogenasi, una proteina che converte il piruvato in acetil-coenzima A ed è pertanto il punto di collegamento tra la glicolisi e il ciclo dell’acido citrico. I mitocondri, non adeguatamente alimentati dall’acetilcoenzima A, consumano amminoacidi allo scopo di produrre ATP. Avevo discusso l’ipotesi del catabolismo degli amminoacidi nel mio caso personale in questo post.

Questo è invece lo studio di Fluge e Mella.

La presenza di misure di compenso (sovra espressione di alcuni enzimi mitocondriali e di percorsi anaerobici di sintesi di ATP) fa pensare a un meccanismo patogenetico diverso da quello suggerito da Naviaux. Lo studio italiano di Bazzichi invece si colloca in linea con il presente lavoro. Tornerò su questo argomento con un post.

metabolism 4.png

Nel grafico ho riassunto i dati di tre studi sul metabolismo energetico nella ME/CFS: lo studio italiano sui pazienti della reumatologia di Pisa, lo studio giapponese di Yamano, e l’ultimo studio di Fluge e Mella. Il post con la spiegazione dei dati, gli esami possibili (che esistono già negli ospedali italiani) e con le eventuali prospettive terapeutiche, è in preparazione.